Empatia: comprendere l’altro senza perdere se stessi

Entri in una stanza e ti accorgi subito che qualcosa è cambiato.
Nessuno ha ancora parlato, eppure percepisci un silenzio diverso, una tensione, un’espressione insolita. Capisci che una persona è preoccupata, delusa o arrabbiata.
E ciò che prova arriva anche a te.
Ma l’empatia non si misura da quanto assorbiamo le emozioni degli altri. Si riconosce anche dalla capacità di restare presenti senza scomparire dentro la loro esperienza.
Comprendere non significa provare la stessa cosa
A volte pensiamo che essere empatici significhi sentire sulla nostra pelle ciò che sta vivendo un’altra persona.
Se soffre, soffriamo.
Se è agitata, ci agitiamo.
Se è delusa, sentiamo il bisogno di farla stare meglio.
Questa partecipazione può essere intensa, ma non sempre ci aiuta a comprenderla davvero.
Possiamo riconoscere la tristezza di qualcuno senza diventare tristi. Comprendere la sua rabbia senza farla nostra. Accogliere la sua delusione senza sentirci subito chiamati a rimediare.
Anche quando abbiamo vissuto qualcosa di simile, non sappiamo esattamente che cosa significhi attraversarlo con la storia, la sensibilità e le risorse dell’altra persona.
L’empatia ci avvicina all’esperienza dell’altro, ma non ci rende la stessa esperienza.
Ciò che provi tu e ciò che accade dentro di me
Quando incontriamo l’emozione di qualcuno, accadono due cose.
C’è ciò che l’altra persona sta vivendo. E c’è ciò che quella situazione attiva dentro di noi.
La sua rabbia può farci sentire in pericolo, anche se non è rivolta contro di noi.
La sua delusione può suscitare senso di colpa.
La sua tristezza può farci sentire impotenti e spingerci a cercare immediatamente una soluzione.
L’emozione appartiene all’altro. La nostra risposta incontra anche la nostra storia e il modo in cui abbiamo imparato a stare nelle relazioni.
Per questo, invece di pensare soltanto:
“Sto male perché tu stai male”,
possiamo chiederci:
“Che cosa sta succedendo dentro di me mentre incontro ciò che stai vivendo tu?”
Questa domanda non crea distanza. Aiuta a riconoscere meglio ciò che sta accadendo tra due persone distinte.
Quando comprendere diventa farsi carico
La confusione nasce spesso quando alla comprensione si aggiunge il senso di responsabilità.
Qualcuno è triste e sentiamo di doverlo sollevare.
È arrabbiato e cerchiamo subito di calmarlo.
È deluso e iniziamo a domandarci che cosa abbiamo sbagliato.
Sta attraversando una difficoltà e ci mettiamo alla ricerca della soluzione che dovrebbe scegliere.
Forse desideriamo aiutarlo. Oppure la sua emozione è diventata difficile da sostenere anche per noi e sentiamo il bisogno di modificarla.
Essere responsabili delle proprie parole e delle proprie azioni non significa essere responsabili di tutto ciò che l’altro prova.
Possiamo ascoltare, chiedere scusa quando serve, correggere un comportamento e restare vicini.
Ma non possiamo vivere un’esperienza al posto dell’altro, decidere quando dovrà smettere di soffrire o quale significato dovrà dare a ciò che sta attraversando.
Lasciargli la responsabilità della propria vita significa riconoscerlo come una persona con risorse, possibilità e scelte proprie.
Un confine può rendere la relazione più chiara
A volte temiamo che mettere un confine significhi diventare freddi, meno disponibili o meno empatici.
Eppure possiamo ascoltare senza dover risolvere subito.
Possiamo rispettare l’emozione dell’altro senza trasformarla nella nostra.
Possiamo comprendere le sue ragioni mantenendo le nostre.
Possiamo restargli vicini anche quando non possiamo dargli ciò che desidera.
Il confine crea lo spazio perché due persone possano incontrarsi senza che una delle due debba rinunciare alla propria esperienza.
Quando questa distinzione manca, rischiamo di reagire più a ciò che l’emozione dell’altro provoca dentro di noi che a ciò di cui quella persona ha realmente bisogno.
Sentire molto non sempre significa comprendere meglio.
A volte significa essere travolti dalla nostra stessa risposta.
Quando capire non cambia ancora il modo di reagire
Possiamo sapere perfettamente che non siamo responsabili delle emozioni di tutti.
Possiamo comprendere che esprimere un bisogno o porre un limite non significa essere egoisti.
Eppure, nella situazione concreta, il corpo può tendersi. Arrivano il senso di colpa, la paura di deludere o la necessità di intervenire immediatamente.
La mente ha compreso, ma il sistema continua a rispondere come ha sempre fatto.
Nel Neuro-Training non si lavora per diventare più sensibili o meno sensibili. Si osserva che cosa accade quando incontriamo le emozioni, i bisogni e le aspettative degli altri.
Possiamo rendere più leggibili le risposte automatiche
e lavorare perché diventino accessibili possibilità più adatte al presente.
Non per allontanarci dagli altri, ma per restare nella relazione senza perdere il contatto con ciò che sentiamo, desideriamo e possiamo realmente sostenere.
Restare vicini, restando distinti
L’empatia ci permette di incontrare un’esperienza diversa dalla nostra.
Possiamo ascoltare il dolore dell’altro senza portarlo al suo posto.
Possiamo prenderci cura della relazione senza assumerci la responsabilità della sua intera vita.
Possiamo comprendere ciò che prova continuando a riconoscere ciò che accade dentro di noi.
Comprendere l’altro senza perdere se stessi significa lasciare che due esperienze si incontrino, senza chiedere a una delle due di scomparire.
Se le emozioni degli altri entrano così tanto dentro di te da non capire più che cosa appartiene a te e che cosa all’altro, scrivimi.

Professione disciplinata dalla legge 4/2013



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